Carta al Presidente de Italia, por parte de un grupo de venezolanos de origen italiano, 2005.04
S.E. Prof. Carlo Azeglio Ciampi
Presidente della Repubblica Italiana
E p.c.:
On. Dr. Silvio Berlusconi,
Presidente del Consiglio dei Ministri
Signor Presidente,
Siamo cittadini italiani residenti in Venezuela, interpreti del sentimento di tutta la grande famiglia italo venezuelana dei figli e discendenti di italiani di cittadinanza venezuelana e dei cittadini venezuelani residenti in Italia. In vista dell’annunciata visita ufficiale in Italia del Presidente del Venezuela, tenente colonnello Hugo Chavez Frias, ci permettiamo elevare alla attenzione di V. E. i principali fatti che hanno caratterizzato, dal ’98 ad oggi, il suo governo e che stanno minando le basi della democrazia venezuelana e continentale, in pro di un inquietante disegno autoritario, extra-costituzionale, voluto dallo stesso comandante Chavez.
A livello internazionale è ben nota la situazione di spaccatura ideologica e sociale indotta nei diversi settori della società dall’azione del comandante Chavez, volta all’attuazione sistematica e progressiva di tale disegno, fin da quando egli assunse la presidenza, nel 1998. Dall’inizio, infatti, i suoi atti hanno portato a continui e sempre più gravi scontri tra i diversi settori della popolazione, nei quali sono rimasti implicati anche cittadini di nazionalità europea e italiana. Riteniamo sia noto al Governo Italiano, in particolare, il caso – denunciato alla nostra Ambasciata a Caracas - di Cosimo di Biella, emigrato da ragazzo in Venezuela dove aveva formato la sua famiglia. Il primo marzo dello scorso anno, giornata di forti proteste per le strade e di gravissimi scontri, Biella veniva ucciso in circostanze mai chiarite mentre ritornava a casa a bordo della sua auto, senza che ancor oggi le autorità si siano pronunciate sulle responsabilità del caso, mentre permangono indiziati uomini della polizia e della “guardia nacional”.
Tutte le manifestazioni di protesta civica contro tale, incipiente autoritarismo sono rimaste inascoltate e poi puntualmente criminalizzate e punite con caparbietà dal regime del comandante Chavez che, lungi dal considerarne le ragioni aprendosi al dialogo e al confronto, ha scelto la via dell’imposizione autocratica della sua volontà, forte dei poteri ormai nelle sue mani, a cominciare dalla maggioranza assembleare, che lungi dal rispondere all’elettorato è risultata succube dell’esecutivo, e dalle forze armate.
Così accadde con la manifestazione di protesta dell’11 aprile 2002, quando più di un milione di persone in strada che marciavano inermi verso il palazzo presidenziale, sono diventati bersaglio di cecchini filogovernativi (identificati, processati, poi assolti per “legittima difesa”), con un saldo di una ventina di morti e centinaia di feriti. Protesta alla quale il comandante Chavez reagì ordinando ai suoi generali l’attivazione del cosiddetto “Plan Avila”; un piano che prevede, in casi estremi di sommossa incontrollabile, l’intervento dell’esercito per fermare con le armi i manifestanti. Ordine che i generali rifiutarono.
Allo stesso modo si concluse lo sciopero generale del dicembre 2002-febbraio 2003, per il quale vennero licenziati 20.000 lavoratori petroliferi[i] e incriminati i maggiori promotori di tale sciopero; in particolare, il Segretario Generale della CTV (Confederazione dei Lavoratori del Venezuela), Carlos Ortega, il quale, per essere stato minacciato di morte, dovette esiliarsi in Costa Rica. Lo stesso Ortega, tornato poi clandestinamente in Venezuela, è stato recentemente arrestato e imprigionato.
Alla fine del 2002, la crisi istituzionale del Venezuela si impose finalmente all’attenzione della comunità internazionale, in particolare della OEA, che dopo avere promosso un tavolo negoziale tra governo e opposizione, anche con la mediazione del Centro Carter, portò le parti in conflitto, nel maggio del 2003, a convenire su una soluzione elettorale, peraltro prevista dall’articolo 72 della Costituzione Bolivariana: il Referendum Revocatorio del mandato presidenziale, da celebrare entro l’agosto del 2004.
Infiniti sono stati gli ostacoli frapposti dal Governo e dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) a maggioranza filogovernativa, con il fine apertamente dichiarato di boicottare la celebrazione del referendum, a cominciare dal vessatorio regolamento per la raccolta delle firme, che ha obbligato più di un milione di cittadini a esprimere nuovamente in un indignante “atto di riparazione” la propria volontà di firma. Nonostante ciò, l’opposizione democratica ha potuto chiederne formalmente l’indizione, avendo potuto raccogliere più di tre milioni e mezzo di firme di cittadini richiedenti (il 30% degli elettori).
Ma per aver fatto uso di quel diritto costituzionale, i firmatari richiedenti sono risultati e risultano tuttora essere vittime di un trattamento discriminatorio e punitivo a causa dell’incostituzionale ed iniquo uso della lista dei loro nomi, ormai a tutti nota data la sua illegittima pubblicazione sulla pagina web di un deputato chavista, con la complicità del CNE. Tale iniqua discriminazione continua a ripetersi a tutt’oggi, impedendo a chi ha firmato di ottenere lavoro nell’amministrazione pubblica o di partecipare agli appalti pubblici, o di ottenere la pensione o incontrando ogni sorta di difficoltà per ottenere documenti quali il passaporto, la carta d’identità, e finanche gli aiuti agli sfollati o rifugiati vittime delle ultime inondazioni.
Si calcola che tra l’indizione del referendum e la sua celebrazione, il 15 agosto del 2004, il Ministero dell’Interno abbia proceduto alla sommaria identificazione o nazionalizzazione ed iscrizione nel Registro Elettorale di oltre due milioni di cittadini privi di identità e di immigrati clandestini, per lo più colombiani, molti dei quali ricercati dall’autorità giudiziaria di quel paese; come il cosiddetto ‘ministro degli esteri delle FARC’, Rodrigo Granda, che ha votato nel referendum mentre su di lui pendeva un mandato di cattura internazionale “sconosciuto” all’intelligence venezuelana.
L’opposizione aveva ripetutamente denunciato come le manipolazioni governative del Registro Elettorale lo stessero facendo diventare totalmente inaffidabile - rendendo così inaffidabile tutto il processo referendario - ma se ne ebbe la indiscutibile conferma confrontando gli sconcertanti risultati esibiti dal CNE con le opposte stime e gli exit pool effettuati da osservatori indipendenti e dall’opposizione. Sta di fatto che, dopo tali risultati, che senza la benché minima trasparenza e riscontro hanno confermato al potere il tenente colonnello, Chavez ha impresso una ulteriore svolta al regime in senso maggiormente autoritario, che in aperta violazione della Costituzione da lui stesso promossa sta accelerando il suo consolidamento al potere, a costo della demolizione del sistema democratico.
Lo schieramento filo-governativo dell’Assemblea Nazionale, in aperta violazione della Costituzione, ha imposto l’approvazione a maggioranza semplice della Legge Organica del Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ), che prevede tra l’altro un considerevole aumento del numero di magistrati che lo compongono e di poter, l’Assemblea stessa, nominarli con detta maggioranza. In tal modo, d’un sol colpo, il regime di Chavez ha assoggettato al volere dell’esecutivo, ovvero al suo, personale, sia il potere legislativo che quello giudiziario; ora non più espressioni autonome e indipendenti del pluralismo politico, ma mero strumento di imposizione della volontà presidenziale.
Il sistema giudiziario, in effetti, funziona attualmente come uno strumento di intimidazione di tutta la società civile. Principi fondamentali dello Stato di Diritto come la presunzione d’innocenza, il diritto alla difesa e il rispetto della dignità umana, risultano continuamente violati. I pochi giudici imparziali sopravissuti alle purghe perpetrate dal regime agiscono sotto pressione del Presidente del TSJ, il quale ha dichiarato pubblicamente di essere “rivoluzionario” e bolivariano, in altri termini, succube dell’esecutivo, con buona pace del principio di indipendenza della magistratura.
Con l’approvazione della nuova “legge sulla responsabilità dei mezzi radiotelevisivi” che introduce di fatto il reato di opinione, viene inoltre lesa la libertà di espressione sancita dalla Costituzione, consentendo l’intimidazione e la persecuzione giudiziaria dei giornalisti più attivi sul piano politico e provocando l’autocensura dei media. Infine, con la recente modifica del Codice Penale, sono state confermate nuove fattispecie di reati penali collegati alla libertà di pensiero, di riunione e partecipazione politica, ora fortemente limitate e fiscalizzate, onde poter penalizzare qualsiasi manifestazione di dissenso.
In materia di Diritti Umani, nel Rapporto 2004 di Amnesty International il Venezuela è citato per l’ostilità del governo nei confronti dei media e dei giornalisti, oltre che per l’impunità di cui ancora godono i responsabili della strage dell’11aprile 2002, per l’uso eccessivo della forza da parte dei corpi di polizia nel contesto politico e per il ruolo di giustizieri assunto arbitrariamente dalle polizie regionali nei confronti di presunti delinquenti e per le ripetute denuncie di tortura. Attualmente, 248 cittadini sono sotto processo per delitti di carattere politico e si prevede che a breve la lista dei processati per le stesse ragioni raggiunga gli 800, rei nella maggior parte di avere promosso le grandi manifestazioni dell’opposizione, come quella dell’11 aprile 2002, o di avere mostrato apertamente il loro dissenso.
L’ultimo strappo del regime è stato consumato dal CNE, in violazione della legge elettorale, con la modifica in senso elettronico dei quaderni elettorali, ovvero dei quaderni dove gli elettori risultano registrati nei vari seggi e dove vengono segnati quelli che hanno votato. Mediante il computo elettronico sia dei votanti che dei voti espressi, questi potranno essere messi in relazione tra di loro, stabilendo così la fine del carattere segreto del voto. Se si collega tale fatto alle gravi manipolazioni del Registro Elettorale e delle intenzioni di voto verificatesi in occasione del referendum del 15 agosto ci si chiede se il Venezuela potrà nel prossimo futuro avere con questo regime ancora libere elezioni.
Per quanto riguarda la gestione economica del Governo Chavez, il debito pubblico è aumentato dai 2,3 miliardi di Bs. del 1998 ai 23,3 miliardi del 2003 (474% in US$), nonostante negli ultimi sei anni il governo di Chavez abbia ricevuto introiti petroliferi per 120.000 milioni di US$, i più elevati in assoluto. Inoltre, la politica economica statalista promossa dal Colonnello Chávez ha causato la scomparsa di quasi il sessanta per cento delle piccole e medie imprese private esistenti in Venezuela, molte delle quali fondate e gestite da cittadini italiani, con un aumento vistoso della disoccupazione e degli addetti dell’economia sommersa; solo parzialmente e temporaneamente rioccupati nei costosi programmi statali di emergenza (le cosidette “misiones”), con un saldo in termini di disoccupazione assoluta di circa il 19%, con un aumento dell’impiego precario dipendente dello stato di circa il 100%, con l’ascesa al 73% dell’indice di povertà e con un incremento dell’indice di povertà critica, ovvero della popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno, dell’8% (Fonte: Istituto Nazionale di Statistica – INE).
I dati mostrano, insomma, che il signor Chavez, lungi dal creare ricchezza e promuoverne l’equa distribuzione, sta utilizzando a fondo perduto le risorse dell’erario per legare a se, sussidiandoli precariamente, gli strati marginali della popolazione; ottenendo con ciò un effimero consenso, ma portando il paese verso la bancarotta, come fa presagire l’ultima, citata svalutazione, unico caso di svalutazione nel continente, inclusa Cuba. Anche il fondamentale diritto alla proprietà privata è ormai in forse, nonostante le rassicuranti norme del dettato costituzionale. Vengono infatti tollerate e finanche promosse invasioni di proprietà in nome di un demagogico fine egualitario che non risolve, anzi appesantisce, i gravissimi problemi di disuguaglianza sociale esistenti in Venezuela.
Infine, i confusi incidenti nei quali il Governo è risultato coinvolto per aver agito a dir poco benevolmente nei confronti di terroristi ricercati internazionalmente vincolati alla narcoguerriglia, come nel citato caso Granda, l’ambiguità ufficiale di fronte al clamore della comunità internazionale che si attendeva una ben più chiara presa di posizione in questa materia, i costanti attacchi verbali contro il presidente Bush e il suo Governo, nonché contro la vicina Colombia, la corsa all’armamento e l’organizzazione paramilitare di un milione e mezzo di miliziani sono fatti che gettano una seria ombra sulla vera essenza democratica e sulle mire continentali del governo del signor Chavez.
In tale contesto, la popolazione minacciata e senza tutele non osa più manifestare il proprio dissenso e questo si percepisce in modo preoccupante anche nella comunità italo-venezuelana.
Ci congediamo sicuri che nelle future relazioni tra Italia e Venezuela Vostra Eccellenza, la cui passione democratica e l’immenso rispetto per la liberta ed i diritti altrui sono a noi tutti ben noti, richiamerà sempre come presupposto di ogni possibile accordo tra i due paesi i principi fondanti di rispetto democratico, di difesa dei diritti umani e di promozione dello stato di diritto, anche quando si affrontino le pur importanti relazioni bilaterali di tipo economico – commerciale.
[i] Licenziamento cui è seguito lo sfratto forzoso degli stessi lavoratori ingiustamente privati del loro lavoro dai loro alloggi nei “campi di estrazione petrolifera”, come nel caso del campo di “Los Semerucos” nello Stato del Falcon dove, alle due di notte, uomini della “guardia nacional”, armati di tutto punto, hanno letteralmente strappato dai loro letti anziane madri, figli e mogli di questi lavoratori, con l’utilizzo di gas lacrimogeni ed altri metodi violenti.